RIFLESSIONI SUL SEMINARIO DEL 19 DICEMBRE

Ricordati che le parole non sono solo parole” (Osho)

In margine al Seminario “La danza del cuore” del 19 Dicembre, provo a svolgere una riflessione che non vuole assolutamente prendere in esame i singoli argomenti e i contenuti della giornata, ma solo “riordinare” il fili dello svolgimento. In particolare ritengo sia stata vissuta un’esperienza quanto mai interessante dal punto di vista psico-sociologico.

Cosa è dunque avvenuto? Alcune persone (diverse per età, sesso, esperienze, opinioni, formazione) – per quanto amiche, con rapporti di vicinanza/conoscenza più o meno profondi e avendo come denominatore comune quello che possiamo definire un determinato interesse culturale (intellettuale-antropologico-spirituale) – si ritrovano per un’intera giornata in un ambiente idoneo, debitamente preparato e sotto una guida riconosciuta ed accettata. Già per questi fattori, siamo senz’altro in presenza di uno SCI (Spazio Culturale Intermedio), vero e proprio spazio/momento di cui i partecipanti possono usufruire sia per soddisfare i propri bisogni di identità, amicizia, riconoscimento, sia per proiettare successivamente all’esterno – in forme propositive di idee, rapporti e relazioni – le energie ivi raccolte. Ma per ottenere un risultato positivo e stabile in questo senso, e che vada incontro alle aspettative di ciascuno, queste persone sono chiamate a confrontarsi nella costruzione di un “Gruppo”. Cos’è allora un gruppo dal punto di vista sociopsicologico? Lo si può certamente definire “Un insieme di persone che interagiscono le une con le altre in modo ordinato, sulla base di aspettative condivise riguardanti il rispettivo comportamento; esse interagiscono in un determinato tempo e spazio con valori, norme, ruoli dichiarati e condivisi, ed intrattengono relazioni simmetriche e complementari. Il gruppo è poi un campo di forze psicologiche e sociali che costituisce una totalità, dunque è qualcosa di vivente e dinamico avente un’esistenza sua propria non riducibile alla semplice somma delle sue parti” (Kurt Lewin). I membri (i nostri partecipanti al seminario…) all’inizio sono – e non può essere diversamente – solo dei provenienti da uno “Sciame”, cioè sono “singole particelle autopropellenti” (secondo la bella definizione di Z.Bauman). Debbono inoltre partecipare alla formazione di un gruppo davvero particolare, la cosiddetta “Classe di apprendimento”, che ha essenzialmente due obiettivi: aumentare le competenze (o soddisfare le aspettative e i bisogni) di ogni singolo e contemporaneamente ottenere lo stesso risultato con il gruppo-insieme. Risultano meccanismi diversi, più complessi e raffinati anche nei ruoli; è questo un gruppo meno facile da vivere e gestire, che richiede maggiori sforzi e sensibilità da parte del conduttore e da parte di chi lo vive. Allora, se sono vere le definizioni “scientifiche” di queste dinamiche gruppali, ci chiediamo: abbiamo assistito a questo processo? Già dalla prima metà della giornata certamente questo è avvenuto. La sensibilità e la competenza della conduttrice il nostro Seminario hanno guidato i singoli partecipanti nella costruzione dell’edificio-gruppo, a cominciare dalla percezione della necessità di una assoluta interdipendenza per poter infine cogliere il risultato che ogni singolo si era prefisso. Il coinvolgimento di esercizi a coppia, p. es., si rivelava fondamentale; per non dire della mai facile fase della condivisione in cui il “clima del gruppo” gioca un aspetto essenziale, e che deve essere incanalata con la massima attenzione e coinvolgimento emotivo. E’ in questa fase che la capacità di ascolto gioca un ruolo decisivo per la formazione della reciproca empatia. In pratica: io accetto di mettermi in gioco, do la mia disponibilità, perché so che solo in questo modo posso avere – con l’uguale e reciproco tuo comportamento – ritorno e soddisfazione personale. E ciò fin dai momenti dedicati alla meditazione: il fatto che tante persone fossero impegnate assieme, in silenzio, ad acquietare la loro mente, già creava intensità, concentrazione, quasi un “senso di forza”. Sembra facile a dirlo così, ma quando si vanno a muovere i luoghi inconsci più profondi e a far “saltare” determinati schemi,… conveniamo allora che facile non è!

I successivi passi guidati nella seconda metà della giornata – avendo la groupleader evidentemente avvertito feedback positivo – sono serviti al consolidamento per raggiungere il risultato prestabilito e atteso, ed ottenere lo scopo per cui questo particolare gruppo è andato costituendosi. Per quanto difficili da affrontare a livello individuale, tali passaggi sono stati realmente percorsi con l’ausilio della “intelligenza gruppale”, ultimo step prima della creazione di “un di più”: la vera e propria mente del gruppo. Ma è realmente accaduto tutto questo, o è solo una proiezione? Davvero si è vista consolidata una forza energetica comune i cui riflessi possano essere poi positivi per ciascuno? Io credo assolutamente di si. Il grado di soddisfacimento rivelato dai partecipanti/membri era tangibilmente espresso ed in linea con le aspettative individuali. Quello che all’inizio era un piccolo sciame, alla sera era un gruppo, o comunque ciascuno aveva una forte percezione di farne parte, avendo svolto un proprio ruolo. La comunicazione ( dei sentimenti, delle emozioni e delle energie), espressa con parole, contatti o più significativi “rumorosi” silenzi, era davvero circolare e non unidirezionale. Non credo che la qualità della performance raggiunta sarebbe stata possibile se non si fossero, anche inconsapevolmente, attivate delle leggi di base delle dinamiche di gruppo. Ciascuno ha dato – ed è stato guidato a dare – il proprio contributo accettando in modo naturale il non sempre facile ruolo interno, e migliorando così notevolmente la reciproca interrelazione. E quel che più importa è che alla fine della giornata ognuno abbia potuto davvero riconoscersi nella definizione di GRUPPO….

Paolo Mannucci

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